Le Perle           di Patry

IL PESO CHE NON FA VOLARE

Le 6.55. Partenza. Questa volta ci vediamo in hotel. Non ho ben capito perchè. Comunque va bene. Almeno ho la scusa buona: fare shopping li vicino. Mi aspetta nella hall. Jeans e camicia bianca, per metà sbottonata. Rigorosamente spettinato, come lo è uno appena alzato. Cazzo, ma quest’uomo è davvero incantevole! Mi fa segno di seguirlo, senza nemmeno dare il buongiorno. “Sembra nervoso” penso. Entriamo in ascensore. Le porte si chiudono. Un nano secondo e sono con le spalle contro una parete. La sua lingua mi penetra la bocca con incredibile passione e voluttà. No, non mi ribello proprio. Non ci penso nemmeno a liberarmi a tanto erotismo. “Mi manchi Blondy” mi sussurra “Manchi come l’aria, sempre di più. Sempre più forte”  Io, sempre immobilizzata, sto divampando calore, come una stufa a pellet. L’ascensore si ferma. Si stacca da me velocemente, cercando di ricomporsi, mentre le porte si aprono.  Si passa la mano tra i capelli, mi prende per mano, o forse è meglio dire che mi prende per un braccio e mi trascina fuori, passando accanto ad un signore di una certa età, che ci guarda sbalordito. Apre velocemente la porta, che altrettanto velocemente la richiude dietro di me, sempre trascinandomi per un braccio, sino al letto. E mi ci butta letteralmente sompra. Di botto. “Ehi!” protesto. “Resta ferma li, non ti muovere” mi risponde con la sua solita voce autoritaria, mentre si sbottona la camicia e lentamente se la toglie. Sempre guardandomi fissa negli occhi. I miei occhi invece godono della  vista unica, di quel torace, così perfetto che non manca di nessuna qualità. Tiro su il dorso, appoggiandomi sui gomiti. “Ti ho detto di stare ferma! Mai una volta che fai quello che ti dico”.  “Ti piaccio proprio per questo. Ammettilo” rispondo sorridendo. Si inginocchia per terra, mi toglie le scarpe. “Belle queste scarpe colorate”.  Con la mano mi fa cenno di alzarmi. Continua a guardarmi, dal basso verso l’alto.  Sorridendo si tira su anche lui. ” A qualcosa hai ubbidito vedo!” ” A cosa?” chiedo.  “Ieri sera ti ho detto di metterti i jeans e lo hai fatto. E poi hai cambiato pettinatura.” “A proposito. A che servono i jeans, perchè potrei avere freddo?” “Sssss” mi fa segno di fare silenzio, portando il suo dito davanti alla bocca. “Adesso i jeans non servono, qui non avrai freddo” Le sue mani stanno armeggiando alla cintura dei miei pantaloni, facendomi ben capire le sue intenzioni.

I nostri corpi, si avvinghiano come piovre in calore. Le nostre bocche si lambiscono, si strusciano, alternando i respiri ai gemiti. Come se fosse un’odissea di piacere, facciamo l’amore come se non ci fosse un domani. E’ incredibile quante sensazioni, brividi, turbamenti, quanta eccitazione, trepidazione, passione, riesca a farmi provare Eric. Non si può chiamare solo sesso. Non può essere solo sesso.

“Mi piace tenerti fra le braccia Blondy” mi mormora accarezzandomi i capelli. Sbadiglio, stirandomi accanto a lui. Squilla il telefono. Mi passa sopra per arrivare alla cornetta e risponde. ” Si d’accordo. ” “Chi era?” chiedo. “Era quello che ti ha salvato la vita, perchè altrimenti saresti stata ancora mia!” Esclama compiaciuto. Si alza e mi butta un accappatoio. “Mettilo. Arriva la colazione”.  Mmmm, la colazione. Ne ho bisogno. Il languorino allo stomaco si sta facendo sempre più strada. Poco dopo bussano alla porta. Eric va ad aprire, farfuglia qualcosa a chi aveva bussato, e poi tira dentro un carrello pieno di ogni ben di dio. “Cazzo, ma in quanti siamo a fare colazione Eric?” “Ancora non so le tue preferenze in fatto di colazione, quindi ho ordinato un po’ di tutto.”  Ci sediamo intorno al  tavolino, posto vicino alla finestra e ci abbuffiamo come due profughi affamati, parlando del più e del meno, e ridendo come due bambini che fanno le “marachelle” insieme. “Cazzo Eric. Ma che fai?” esclamo dopo che lui ha usato la tenda per pulirsi la bocca. “Quando finirai di dire parolacce?”  “Me lo dici tutte le volte, e comunque ti faccio presente che hai cominciato a dire molto spesso anche tu questa parola.” gli rispondo prendendo un’altra brioches stracolma di crema. ” Oltretutto, come ti ho già detto svariate volte,  “cazzo” non è più una parolaccia ma ormai è una parola di uso comune che può indicare esclamazioni di vario genere e ….”  “E adesso “cazzo” te lo faccio vedere io!” mi interrompe. Mi toglie la brioches dalla bocca, facendo cadere la crema sulla mia coscia, rimasta scoperta dall’accappatoio.  Si inginocchia davanti a me, guardandomi con aria di sfida, si china e con la bocca toglie la crema dalla mia gamba. “Ti voglio ancora Blondy. Ti voglio subito”

Sono persa nella mia mente, pensando che non sono abituata ad avere il bis. Marco non me lo concede mai. E ancora non ho ben capito perché. Forse anche questo è uno dei motivi del nostro allontanamento fisico.  “Svelta, vestiti. Ti devo portare in un posto.” ” Un posto dove?” “Una sorpresa. Mettiti questo giubbotto, andiamo in moto e potresti avere freddo”. Ecco a cosa servivano i jeans: la moto.

Usciamo poco dopo. Sono emozionata a palla. Dove mi vuol portare? Di che sorpresa si tratta? Fra tutte le mie riflessioni, dopo una mezz’oretta arriviamo. Questo paese non lo conosco molto bene, ci sarò stata una o due volte al massimo. Scendiamo ed entriamo in un bar. Mi fa sedere ad un tavolino e ordina due caffè. “Allora?” chiedo trepidante “Dov’è la sorpresa?” Mi guarda e il suo sguardo diventa perplesso. “Sai, non sono più sicuro di aver fatto bene a portarti qui”.  ” Perché?” “Perché voglio che tu dia un taglio netto a un peso, perchè questo peso ti impedisce di volare. Ma non sono più sicuro di aver fatto bene”. “Ma di cosa stai parlando Eric?” Chiedo sempre più curiosa.  “Stella, vedi quel tipo seduto la, che sta leggendo il giornale?” Mi giro nella direzione da lui indicata. C’è un signore sui 60/65 anni, che sta tranquillamente leggendo il giornale. ” Si e allora?”  “Lui era” sospira “il proprietario di una renault 4 bianca, e con una probabilità altissima, colui che la guidava il 18 maggio 1979”. Boom! Mi cade dalle mani la tazzina del caffè. Comincio a tremare come un terremoto. “Portami via. Ti prego portami via” sussurro singhiozzando.

 

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